Dopo dieci anni di lavori e il solito mare di polemiche che ne conseguono, il Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato ha riaperto i battenti in data 16 ottobre 2016, e io sono andato a vederlo. Come ho già spiegato nel post sui musei di arte contemporanea di New York, io vado in questi posti perché mi fanno ridere. Quando visito città in cui ce ne sono non perdo mai l'occasione, figuriamoci se ne riapre uno nella mia.

La mostra si chiama "La Fine del Mondo", e per entrare nel nuovo museo che sembra un'astronave ho dovuto fare un'ora di fila.


(foto via Pratosfera)

Quel ciambellone giallo è la nuova parte, che raddoppia lo spazio espositivo del vecchio museo. A fare gli onori di casa, appena in vetta alle scale, ci accolgono due uomini preistorici immortalati nell'atto di cercare di capirci qualcosa.


Subito dopo, la prima cosa che vedo è un controsoffitto crollato:


Un'opera che ci ricorda quanto fragili spesso siano le strutture che ci circondano. Attualissima, soprattutto dopo il controsoffitto vero che è crollato all'interno del museo pochi giorni prima dell'inaugurazione. L'incidente non ha causato gravi danni alle persone, sono solo due i martiri dell'arte contemporanea, per fortuna lievi. Purtroppo quello non era fatto di polistirolo e scotch da pacchi come questo.

Passiamo oltre e troviamo un ufficio ricoperto di cemento. 


Se non fai caso ai dettagli può sembrare un'opera priva di calore, ma quando ti trovi di fronte a un pulcino dentro a una gettata come un mafioso qualunque, il cuore si scalda.


Il cemento sopra al termos del caffè è un chiaro monito ad andarci piano con le pause in ufficio.



Alcuni avventori basiti di fronte al mix di cemento e quotidianità lavorativa.



I telefoni cellulari hanno germogliato, e il prodotto sono dei quarzi. In realtà il trucco è abbastanza palese, dato che ce li hanno appiccicati con del normalissimo scotch trasparente. È già la seconda opera che fa dello scotch un materiale fondamentale per la sua realizzazione, quasi a renderlo veicolo insostituibile per la vita stessa dell'arte contemporanea.


Un paio di commenti di visitatori ai cellulari germogliati:

- No, cioè, le rocce! Incredibile. (donna sulla quarantina)

- I cellulari hanno prodotto delle pietre perché dentro per farli ci vogliono anche le pietre.  (uomo sulla sessantina)


Uno dei misteri più grandi del mondo, la matematica (per me totalmente impossibile da comprendere), è stata incorniciata in quest'opera.


E occupa pareti intere, come se utilizzare numeri in grandi quantità aiuti a renderli comprensibili.


Scappo prima che mi esploda la teste, e subito dopo mi trovo davanti all'arte contemporanea del paleolitico. L'autore è ovviamente anonimo, quindi nessuno saprà mai se la testa a punta gli è venuta perché non era buono a farne una normale oppure se è una scelta stilistica. Per le gambe stesso discorso, anche se queste forse potevano essere funzionali per piantarla in terra, dato che all'epoca i piedistalli non esistevano.



È vero anche che, pur conoscendo l'autore, non è detto che avesse voglia di spiegare più di tanto. L'arte non si spiega, non ha senso farlo. Non sarebbe più divertente. 
Quindi passo oltre e accanto alla donnina del paleolitico c'è questo scolabottiglie vuoto.


Molto bello. Molto famoso, come altre opere in questa zona. Non troppo distante sono esposti una serie di sassi dell'epoca quella prima della carta vetrata, sgrossati a mo' di accetta.


Delle betoniere da verniciare in una stanza a parte. Chiuse, non si possono avvicinare. È semplicemente così.



Se qualcuno non le vernicia presto saranno coperte di ruggine, e non si potranno più toccare, perché la ruggine si attacca da fare schifo. Se poi la tocchi coi vestiti li butti via. Io l'ho detto.

Una scolaresca di bambini senza occhi, chiaramente costretti a sedersi con le bastonate, cattura l'attenzione di una bionda signora.


Da vicino è ancora più percepibile quanto questi ragazzi non vorrebbero essere sui banchi di scuola, e se ci sono... vabbè, non rimarchiamo quello che non serve dire più di una volta.


L'uomo senza colonna vertebrale si ripiega su se stesso come un cencio bagnato. Il signore si premura di vedere da vicino se veramente ne è privo oppure se si tratta di fortissima scoliosi.


Questo artista è solito fare una buca, infilarcisi completamente nudo a testa in giù fino alle spalle, e farsi fotografare così, con le palle che coprono il cazzo, di fronte a fondali di indubbia bellezza.


Devo dire che per ironia e demenzialità, non posso che togliermi il cappello. Non ho dubbi, è lui il mio preferito della mostra. E non sembro il solo ad apprezzare:


Mentre ero in fila avevo visto aggirarsi un uomo nudo sulla montagnola di terra che separa il museo dalla tangenziale, ma ancora non potevo capire. Stava facendo una nuova foto.


Dalle finestre che guardano fuori sono visibili altre opere d'arte, che simboleggiano la lentezza dei cantieri e l'incapacità di pulire tutto perbene prima delle aperture dei musei.


Una pentola a pressione. Nera.


Il mondo fatto di terra, e messo per terra. È ben visibile una pedata che ha cancellato la Kamchatka, nonostante la presenza di ben due addetti alla sua salvaguardia.


Questo muro ancora da finire di intonacare ci separa dall'opera più famosa della mostra


la smitragliata di cani tirati nel vetro.


È un opera dal sicuro impatto visivo, enorme per dimensioni e numero di cani. Qui sopra si può vedere il punto d'impatto, ma tutta l'area è piena di povere bestie che si dividono in due tipi: quelli che hanno già preso la botta e quelli che ancora la devono prendere. Distinguerli è molto facile:



Questo sotto sta chiaramente pensando "minchia che cazzata che ho fatto"


Un altro punto di vista dell'impatto, dal quale possiamo capire quanto sia sbagliata l'idea di tirare i cani nei vetri.


L'ultima opera che vi mostro è quella della roba verniciata di bianco. Sono ormai anni che arredatori di un po' tutto il mondo comprano dei mobili di merda ai mercatini, li riverniciano completamente di bianco, compreso le maniglie, le chiavi, le borchie delle serrature, e poi li rivendono come pregevoli oggetti d'arredo. E siccome poi li vendono, nonostante chiunque potrebbe raggiungere lo stesso scopo con un decimo della spesa, l'artista in questione ha visto bene di portarli allo stato dell'arte. 
Ecco quindi un centinaio di sedie bianche:


Vi confido che la prima sulla sinistra è mia. Sono venuto a sapere di questo artista che cercava sedie per verniciarle di bianco e mi sono precipitato a portargliene un po'. Sei per la precisione, tre sono riuscito a individuarle, le altre tre (fra le quali una sedia a dondolo da bambini in vimini di quando ero piccolo) non le ho viste. Probabilmente le avrà portate con se nella sua fredda Polonia per bruciarle nella stufa (e ha fatto bene).

L'esperimento non si ferma alle sedie, potete vedere in sequenza;

Un gufo imbalsamato bianco


Un furetto imbalsamato bianco:


Abito e accessori bianchi:


Una composizione di attrezzi da montagna e soprammobili altoatesini, bianchi:


Porzione di reparto ortopedico bianco:


Un organo a canne, sempre bianco ma con suonatore nero.


 Concludo con un'immagine totale, perché gli elementi sono veramente tantissimi.


Il mio giro della mostra finisce col sentore di averlo fatto all'incontrario. Sono veramente felice di vedere il Centro Pecci di nuovo aperto, si tratta del primo museo di arte contemporanea stabile italiano, e il suo periodo di chiusura è stato troppo lungo.  Questa mostra durerà fino a marzo, e io tornerò sicuramente a vederla. Devo portarci mia madre, che non è mai entrata in un museo di arte contemporanea in vita sua. 
Magari, se va come prevedo, vi faccio sapere.





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