Dopo Kyoto (QUI la prima puntata), grazie a qualche ora di velocissimi, silenziosissimi e puntualissimi treni giapponesi, arriviamo ad Hiroshima. 
Hiroshima, se si esclude il Parco e il Museo della Pace, epicentro e memoriale della tragedia che sconvolse il mondo alla fine della seconda guerra mondiale, ha veramente poco da offrire, nella baia di fronte però c'è Miyajima, un'incantevole isola nella quale si dice che vi siano le tre vedute più belle del Giappone. Bellissimo, la natura in Giappone ancora ci manca, il problema è che quando arriviamo diluvia e dalla camera dell'albergo la vista è questa:


La terra ferma dista dall'isola non più di cinque minuti di traghetto, e questa foto è stata scattata in direzione della terraferma. Ma fa lo stesso, siamo in vacanza e dobbiamo apprezzare quello che troviamo, e anche se la visuale dall'albergo avrebbe dovuto essere più una cosa di QUESTO tipo, decidiamo di uscire per fare un giro e vedere almeno il torii più famoso del Giappone, situato in mezzo al mare a pochi minuti a piedi dal nostro alloggio.
Scendiamo in strada e chi troviamo? I maledetti daini che anche qui, totalmente privi di scrupoli, tampinano la gente per strada all'inesorabile ricerca di cibo facile.
Provo a schiaffeggiare il primo che arriva ma già so che sarà inutile, ormai li conosco e so che non si fermano davanti a niente


Proviamo a svincolarci, facciamo una pausa in zona caserma dei pompieri e subito due esemplari si avvicinano col passo lento e inesorabile di due zombie. 



Poco sopra sentiamo il titolare di un negozio di souvenir urlare, un daino gli sta mangiando una miniatura del megatorii (sul serio), e capiamo che in questo posto non hanno cibo a sufficienza. Qui non ci sono le vecchie a vendere i biscotti tondi ai lati delle strade, e questi animali senz'anima sono più aggressivi del previsto, quindi decidiamo di dirigerci in una zona più affollata di turisti per condividere il rischio di essere trasformati in giardinieri mascherinati con altre persone.
Finalmente eccoci al megatorii, dove altri turisti capitati a Miyajima in questo funesto giorno si dedicano al selfismo con bacchetto davanti all'unica veduta più bella del Giappone disponibile oggi.


I daini continuano a orbitare intorno alle nostre figure, e quando vediamo una turista accettare i bacini da queste bestie assetate di biscotti tondi che nessuno può dargli, capiamo che i metodi per arruolare giardinieri mascherinati sono molteplici, ed è meglio andare a rifugiarci in un ristorante per la cena.


All'uscita percorriamo il paese al buio e troviamo una notevole quantità di daini che si rifugiano sulle soglie dei negozi del centro. Stanno li immobili come statue, quasi fossero sprofondati in una trance che li accompagnerà fino alla luce del giorno seguente, con quell'espressione inquietante di stupore stampata sul volto. Sembra che ci siano rimasti male perché non gli abbiamo sganciato un cazzo di niente da mangiare, ma a questo punto è chiaro che è l'ennesima, subdola tattica per avvicinarci.


Ci allontaniamo e sulla strada di casa ci imbattiamo nell'orgoglio del paese, il mestolo per prendere il riso più grande del mondo. Dalla foto non si capiscono molto bene le dimensioni, ma sarà lungo almeno dieci metri.


Non sarà una delle vedute più belle del Giappone ma ci accontentiamo. Andiamo a letto, ma prima di dormire faccio un po' di zapping, e dopo l'ormai obbligatoria mezz'oretta di sumo trovo questo corso di francese nel momento in cui insegnano l'erre rigurgitata tipica della lingua più bella del mondo.

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Dormiamo va', che forse domani è bello.

No, non è bello per niente, e prima di incontrare di nuovo i daini ce ne andiamo sulle Alpi giapponesi. Cinque ore di treno e passiamo dal mare alla montagna, siamo a Takayama, patria della carne Hida.
La regione ha una collocazione storica rilevante nella storia giapponese, è ricchissima di materie prime essenziali per la società medievale nella quale il Giappone ha vissuto fino alla metà dell'800, tanto da essere stata sede di un importante shogunato per secoli, ma oggi Takayama è principalmente Hida Beef.
Mangi carne ovunque, non ho mai visto niente di più lontano dal veganesimo nella vita. Per le strade del centro, quelle con gli edifici in legno che hanno reso celebre l'abilità dei carpentieri di questa città, ci sono solo posti dove di cucina carne.
Provo uno spiedino della lunghezza di non più di sei centimetri (in totale cinque bocconi per cinque euro) consigliatomi dal tipo grassoccio sulla sinistra nella foto, che per descrivermi la bontà del tipo più pregiato di carne si accarezza il corpo con aria libidinosa. È effettivamente di una bontà sconvolgente, osservo però che togliersi la fame son questi spiedini costa più che ubriacarsi col Sassicaia. Lui invece no, sta li ad accarezzarsi come una pornodiva e sprona chiunque si avvicini a prendere la carne più costosa, mangiandone senza sosta. Verrebbe da pensare che sia il socio del cuoco, l'uomo del marketing, e invece no. Paga regolarmente tutto quello che mangia in preda a un'interminabile estasi carnivora.


Poco più avanti, in un'altra finestra aperta sulla strada, fanno cucina creativa con la carne Hida. Vendono infatti il sushi di carne, dei nigiri con al posto del pesce due fettine di carne appena scottata, giusto per sciogliere il grasso. Si mangia tutto, anche il piattino. Ma qui devo spezzare una lancia a favore della tradizione. Il sushi è meglio di pesce, non me ne vogliano i takayamesi.


Facciamo un giro in autobus e visitiamo Shirakawa-go, un paesino costruito con le case dal tetto di paglia tipiche della zona, smontate dai loro posti originari e rimontate tutte insieme per creare il paradiso del turista, un posto mai esistito veramente dove anche i distributori automatici sono rivestiti di legno e gente con cover panda del telefono e maglioni fucsia con fantasie di pinguini si fa selfie panoramici, quindi torniamo a Takayama.


Nel posto dove meno te l'aspetti, una cittadina dove tutto il centro storico è mantenuto identico a come era secoli fa, dove la macelleria regna sovrana e si produce uno dei migliori sakè del giappone c'è un museo che non ti aspetti.
Si tratta del Takayama Showa-kan, una mostra permanente che rivisita il Giappone nel periodo Showa (1926-1989, quello dell'imperatore precedente all'attuale) e principalmente il periodo del boom economico 1955/56. In pratica hanno ricostruito una strada dell'epoca, con negozi, case, motorini e centinaia di cimeli dell'epoca, dai giocattoli alle locandine dei vecchi incontri di wrestling.
Mi ci sono immerso fino al totale recupero del giramento di coglioni per il tempo perso nel visitare il finto villaggio di montagna.


Ho desiderato l'orologio di Ultraman più di qualsiasi altra cosa in questo paradiso, ma purtroppo non vendono niente. È un museo, anche se non sembra. 
Usciamo con un'incontenibile voglia di comprare modernariato giapponese e cosa ci si para davanti pochi metri dopo? Questo:


È sicuramente un negozio di roba vecchia, evidentemente in questa zona c'è una passione per il modernariato che è culminata nella realizzazione del museo, ma ci sono anche negozi che ne commerciano. Decidiamo di entrare convinti di uscire con l'insegna tonda con la bambina, quella appesa in alto a sinistra, sotto braccio. Bussiamo alla porta, e dentro ci accoglie un signore di una certa età.



È Kobayashi Shuji, giapponese di 68 anni, da 40 affetto da sindrome dell'accumulo, quella cosa che alcuni chiamano collezionismo ma che in realtà è una seria malattia. Conosco persone alla perenne ricerca di spazio dove accumulare ogni sorta di materiale nell'attesa che venga raggiunta l'età nella quale tutto torna estremamente bello. Lui è uno di questi e ci accoglie nel suo garage per parlarci delle sue cose. Si esprime a gesti, e quando i gesti non bastano corre da un vicino per farsi tradurre singole parole in inglese, torna e dice "war", e allora capisci che sta parlando delle scene della seconda guerra mondiale rappresentate su un kimono degli anni '60.
Ci mostra che nonostante la sua età e le sigarette riesce ancora a buttarsi per terra a faccia avanti, rigido come un paletto e frenare la caduta agli ultimi centimetri con il solo ausilio delle mani, poi ci spiega come ha realizzato il fortunadrago che esce dal muro giusto sopra alle nostre teste.


Ripete che sono 40 anni che accumula ogni sorta di oggetto, qualsiasi cosa gli sia piaciuta nella vita l'ha messa da parte, ha iniziato più o meno all'epoca di questa foto:


Poi si gira verso il computer, fa partire un dvd e ci fa il gesto di guardare, è il filmato di una vecchia trasmissione televisiva, a un certo punto della quale spunta lui.

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Lu stupore è inevitabile, soprattutto quando si apre un sipario davanti a una distesa di sagome pubblicitarie a grandezza naturale (anche nel suo garage ce n'è una, e a questo punto è chiaro che non è il suo solo magazzino ma semplicemente il posto dove passa le giornate, e la gran parte della sua roba viene stoccata in un capannone). È orgogliosissimo della sua collezione, ci dice che sono più di 1800, la più grande del Giappone, o del pianeta, non siamo riusciti a capirlo. Sicuramente sono tante.
Ma lo stupore vero e proprio, che scatena un momento di altissima fratellanza italo/nipponica, arriva quando scorgiamo, alla sinistra del Signor Spock, la sagoma di Roberto Baggio abbracciato a una giapponese. Gli spieghiamo che è il calciatore italiano più amato di sempre (mi permetto questo azzardo, nonostante sia l'italiano meno qualificato al mondo a parlare di calcio) e lui ci dice che anche in Giappone è molto amato. I giapponesi conoscono e amano tutto.


Ci stiamo salutando quando Kobayashi si ricorda del suo jukebox, un bel pezzo anni '70 completamente funzionante che utilizza anche come dispensa, e ci prega di spingere due precisi tasti, lo facciamo:

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Partono i Beatles, e si scatena in un ballo che solo chi ha vissuto i '60 in prima persona riesce ad eseguire così stupendamente. Non contento subito dopo alza il coperchio per farci vedere il funzionamento del macchinario, facendo partire un altro pezzo dei Beatles. A questo punto è chiaro che è un loro fan, il che lo eleva di un ulteriore gradino. L'unica cosa strana è che non abbia nemmeno una foto insieme a Paul McCartney.
Purtroppo il momento di salutarci giunge veramente, chiedo di potergli scattare un ritratto come ricordo, e in un baleno si mette in posa insieme a una sua amata sagoma.


Ci lascia un biglietto da visita meraviglioso, di carta gialla strappata a mano dove sul retro scrive il suo indirizzo email, raccomandandoci di risentirci su Yahoo. Puoi giurarci che ci risentiremo, Kobayashi.

Lo lasciamo che è quasi l'ora di cena, e la scelta dei ristoranti non è così enorme, ma la fortuna del turista non sembra abbandonarci in questa giornata. Troviamo una strada secondaria piena di bettole, di veri ristoranti giapponesi, quelli con lo strato di grasso sublimato dalla cottura della carne risolidificato sul bancone, e non ci rimane che l'imbarazzo della scelta. Dopo una breve analisi la scelta ricade su due locali, uno veramente scrauso, con i vetri oscurati che per guardare dentro devi salire sulla soglia e affacciarti in cima alla porta, dove il vetro è trasparente. Lo faccio e vedo che dentro ci sono solo due tavoli occupati da giapponesi sbracati, sicuramente ubriachi, che sul tavolo non hanno niente che non sia da bere. Bene, allora l'altro è perfetto. 
Ci fanno sedere al bancone, dove c'è un'altra coppia di turisti, una coppia di giapponesi e poi tutti uomini, vado nell'altra stanza per andare in bagno e ci sono SOLO uomini seduti sul tatami, con di fianco ai tavoli una distesa di scarpe da ginnastica che nemmeno negli spogliatoi di un campetto di provincia. Ordiniamo dal menù in inglese, prendiamo due steaks a testa e il cuoco ci consiglia di prenderne solo una, perché son grandi. Ci fidiamo, e ci arrivano due frittate con sopra della carne. Qui le frittate le chiamano steaks, e il gestore evidentemente si era preoccupato per il nostro colesterolo. In Giappone mangiano uova a tutte le ore, se non limiti le dosi rischi davvero di tornare a casa con il fegato in mano.
Il servizio al ristorante è sublime, probabilmente sono poco abituati al turista e quando ne entrano si sentono onorati, ci consigliano il loro piatto forte che sono degli zampetti di maiale saltati nella soia e peperoncino, prendiamo anche quelli, oltre a una tenpura e degli spaghetti, riprendo anche una birra affascinato da una macchinetta che la spina automaticamente pendendo il bicchiere da sola, il cameriere che la serve poi è bellissimo e quando si accorge del mio interesse verso la sua macchina ride e fa il gesto di premere un bottone, poi con la bocca fa "pshhhhh" e alza le mani.
Chiedo se posso fargli una foto e lui fa questo gesto:


Lo prendo come un si.

Takayama all'inzio non mi era piaciuta, mi era sembrata troppo finta, turistica fino all'osso. Quel paese con le casine coi tetti di paglia poi, lasciamo perdere. Ma sul finire ha saputo rivalutarsi con personaggi bellissimi, ai quali non puoi che volere bene. Persone veraci, che non si fanno problemi a mettersi un dito nel naso nonostante siano servendo al pubblico, che ti consigliano di mangiare lo zampetto di maiale, noncuranti del fatto che il cliente possa prenderli solo perché messo all'obbligo, nonostante gli facciano schifo. Si, se proprio vogliamo trovare un parallelismo forzato, Takayama è il posto più vicino all'Italia fra quelli che ho visto in terra nipponica.

Questa puntata finisce qui, ci vediamo alla prossima dove arriveremo a Tokyo, ultima tappa della vacanza.

Qui per la puntata successiva

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