Ok, sono stato in Giappone, e le cose da raccontare sono abbastanza. Alcune me le immaginavo, altre no. Sapevo che erano scemi, ma non a tal punto da aspettare il verde sugli attraversamenti pedonali anche se non si sente il rumore di una macchina nel raggio di un chilometro, per esempio. Ma andiamo in ordine.
Partiamo da Bologna diretti per Monaco, dove prenderemo il volo diretto per Tokyo. Come sempre succede quando si prende una coincidenza aerea, già all'imbarco si respira l'aria del paese che si andrà a visitare, sull'aereo poi non ne parliamo. Infatti hanno già tutti la mascherina, si, perché i giapponesi al primo accenno di raffreddore se la mettono per scongiurare il rischio di contagio. Solo che dopo un po' un non giapponese ha la sensazione di essere un untore in un paese di trapiantati.
Ma è una cosa alla quale si fa l'abitudine velocemente, cosa che non si può dire invece di un passeggero sciroccato col quale dovrai condividere dodici ore di volo. Una giapponese di mezza età infatti, non appena è stato possibile alzarsi dopo il decollo, ha iniziato una frenetica procedura di assestamento che ha reso il suo sedile il covo di un barbone, per la felicità della vicina che appena è riuscita a scavalcare la barricata di borse e cuscini usciti magicamente dal suo bagaglio a mano è andata a ubriacarsi di vino bianco col tappo a vite.

Vabe', ci droghiamo per dormire il più possibile e arriviamo a Tokyo, prendiamo i biglietti del Japan Rail Pass che ci permetteranno di girare liberamente per il paese e ce ne andiamo per passare la prima notte ad Hakone, un paese gemellato con la Svizzera alle pendici del monte Fuji dal quale però non si vede il monte Fuji. In compenso però c'è Heidi dappertutto.


Ci riposiamo, ci svegliamo e facciamo la colazione giapponese a base di maccarello arrosto, quindi partiamo per Kyoto con gli infallibili treni giapponesi, che spaccano il secondo e nei quali non è visibile mai nessun segno di usura, che questi percorrano una linea di montagna poco frequentata o movimentino migliaia di persone all'ora nel centro di Tokyo.
Alla stazione, qui come in qualsiasi altra di tutto il Giappone, ci sono decine di ristoranti nei quali si mangia SEMPRE bene, e nonostante questa sia un'anomalia rispetto alle nostre abitudini, non è la cosa che più ci colpisce. Siamo infatti davanti per al prima volta alle famose vetrine con le riproduzioni del cibo, piatti identici a quelli che poi ti verranno serviti all'interno del ristorante, ma finti.
Ecco un esempio:


Qualsiasi ristorante ne ha una, oltre a un menù fotografico per i turisti, tante le volte non bastasse vedere i piatti in 3d.
Alloggiamo a Gion, il quartiere delle geishe, in un appartamento tipicamente giapponese con la famosa ciambella del cesso riscaldata che ti fa il bidet e riesce a centrare il culo qualunque siano le dimensioni o la posizione di quest'ultimo, e queste ciabatte ad utilizzo esclusivo del cacatoio.


Obbligatorie sono le visite ai siti di interesse culturale della città, che sono decine, tutti bellissimi con giardini che definire curati in maniera maniacale sminuirebbe la malattia per la precisione di questo popolo. Qualche esempio:

Il tempio di Kinkakuji col suo padiglione d'oro, fu bruciato da un fanatico negli anni '50 e ricostruito identico. I turisti asiatici ci si stroncano di selfie.


All'ingresso del santuario shintoista di Fushimi Inari un simpatico turista imita la posizione della statua di una delle volpi che la leggenda vuole siano custodi delle chiavi dei magazzini del riso


Questo santuario altro non è che una scalinata lunga quattro chilometri che si snoda alle pendici di un monte sotto a un'interminabile fila di Torii, intervallati da piazzole piene sempre di Torii e volpi beffarde.




 L'abbiamo percorso tutto all'ora del tramonto e quando diventa buio la sensazione che una volpe di pietra col bavaglino prenda vita e ti mangi la faccia diventa terribilmente plausibile.


Ogni Torii che è li è stato donato da qualcuno, i templi shintoisti sono macchine da soldi dove chiunque preghi getta delle monete in un contenitore, paga per accendere incensi e dona cose come non ci fosse un domani (mi ricorda qualcosa). I Torii di questo tempio sono donati sia da normali cittadini che da aziende come Toshiba o Hitachi, che poi ne curano anche il mantenimento. (grazie al Rondoni e a Roberto per queste informazioni, più avanti li conosceremo)

È il turno di Nara (antica capitale giapponese), e dei suoi daini. Patrimonio dell'UNESCO, ha al suo interno alcuni fra i monumenti più importanti del Giappone, uno su tutti il tempio di Todai-ji, l'edificio in legno più grande del mondo con dentro il Buddha col dito a scatto più grande del mondo


Questa non è un'archeologa, ma una giardiniera di Nara che pulisce il prato da rametti così piccoli da non essere nemmeno visibili stando in piedi.


Il gong della felicità.


E come vi dicevo, a Nara ci sono i daini che vivono liberi in tutto il parco, sono assolutamente abituati alle persone e appena ne vedono una corrono a rompergli il cazzo, nella speranza che qualcuno gli compri gli appositi biscotti tondi che alcune vecchie vendono ai lati delle strade. Sono quelli che ha in mano questo ragazzo.


Sono in diversi a compiere l'errore di comprare quei biscotti del cazzo, e più se ne comprano, più ne arrivano.


Quando poi si avvicinano ci si rende conto che sono bestie maligne, senz'anima, dotate di uno sguardo vuoto che conosce una sola cosa: biscotti tondi. Io non glieli ho comprati, ho temuto che tutta questa cosa dei biscotti fosse una trama ordita da qualche entità superiore per rubare le anime dei turisti e farli diventare giardinieri mascherinati con l'unico scopo nella vita di togliere tutti i rametti dall'erba, da dislocare in tutti i giardini del territorio nipponico.


Questo che si vede in primo piano, che sembra avere due tappini da birra in testa, è un maschio con le corna tagliate. Le tagliano a tutti, e vorrei ben vedere, altrimenti potrebbero dire addio al progetto di produzione dei giardinieri mascherinati.

Ho provato a intimidirli, ma fanno finta di niente per qualche secondo e poi ricominciano la loro azione persuasiva votata alla conquista dell'anima dei turisti, a me che son scaltro non son riusciti a fregarmi, ma se mai doveste passare da quelle parti state attenti.


Sulla strada del ritorno incontriamo un po' di gente che fa slav squatting, lo praticano abitualmente oppure sono caduti nel tranello dei daini e si stanno trasformando in giardinieri mascherinati? Non abbiamo voluto approfondire, e siamo tornati a Kyoto.



Kyoto è una città con un milione e mezzo di abitanti dei quali non si avverte la presenza, è sicuramente il miglior compromesso fra città e vivibilità che abbiamo trovato in quel poco che abbiamo girato, un posto dove in alcuni momenti il caos non sembra nemmeno quello tipico giapponese. Fino a che non trovi una sala Pachinko. 
Il Pachinko è il gioco d'azzardo giapponese per antonomasia, sono delle specie di slot machine che però non sono slot, il gioco non richiede nessuna abilità, si gira una manovella e si fanno cadere delle palline che vanno a finire in dei buchi, e quello che si vince sono altre palline. Cassette intere di palline, se si è fortunati, che poi vengono cambiate in premi, perché soldi non se ne possono vincere. Se si riesce ad accumulare quantità enormi di palline però, si possono vincere dei gettoni d'oro, che poi vengono cambiati in dei compro oro situati vicino alle sale. Questo perfetto meccanismo è in genere gestito direttamente dalla Yakuza, e quando ci si presenta all'entrata la situazione è questa

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Centinaia di macchinette ognuna col volume a manetta, quasi sempre occupate da persone col cervello disconnesso, che fissano palline cadere per ore e ore. E questa è piccola, a Tokyo se ne trovano di sei piani.

Kyoto ha anche un mercato molto antico, e anche se oggi  molti negozi sono moderni si possono trovare cose tipiche, tipo queste due ragazzine che vanno in giro vestite uguali.


Ci sono anche le sale giochi nel mercato, dentro le quali però non c'è nemmeno un videogioco, solo di quei cosi dove si muove un gancio per cercare di acchiappare dei peluche che poi puntualmente non si muovono di un millimetro, e tendoni con dentro una macchina fotografica che ti trasforma in quello che vorresti essere. Cioè, in quello che una giapponesina vorrebbe essere, dato che dentro ci sono solo loro. Noleggiano anche dei vestiti per farsi queste foto di merda, e avrei voluto provare anche io, ma in Giappone indosso una tripla x e ho riposto subito le speranze nel poter trovare un costume da cameriera che mi potesse entrare.



La parte del mercato dove si vendono generi alimentari invece conserva ancora un sapore un po' antico, soprattutto quando si parla del Nara zuke, un metodo di marinatura (in genere per melanzane o cetrioli, ma anche pesce o altro) che consiste nel far riposare i cibi dentro a una melassa dal colore e consistenza della merda sciolta per circa tre anni, per poi essere venduta con la raccomandazione di farla frollare PER ALTRI 90 GIORNI a temperatura ambiente. Io preferisco DECISAMENTE la modernità.


Ci sono molte altre cose interessanti nel mercato, tipo questo negozio di pantaloni con i manichini piegati a 90° per esaltare le forme dei culi che le giapponesi nella realtà non hanno assolutamente.


La nostra permanenza a Kyoto volge al termine, e mentre giriamo a caso per la città ci imbattiamo in un Neko Cafè, uno dei famosi bar dei gatti sparsi per tutto il paese. La decisione è presto presa, entriamo e facciamo la conoscenza di gatti supponentissimi, ai quali non può fregare di meno dei clienti del bar, solo alcuni sono fermi e sembrano tollerare le carezze, ma poi scopriamo che non se ne vanno perché sono sdraiati su un tappeto riscaldato. Un altro esempio di menefreghismo felino è questo qua sotto, dentro a un canestro di cartone è rimasto con un braccio fuori a fissare incazzatissimo il pavimento per un buon quarto d'ora, ho provato a scomodarlo ed è immediatamente passato alle botte, come per farmi capire che come me, dalla mattina alla sera, ne bastona a decine.
Nella mezz'ora concordata con le titolari all'entrata riusciamo a bere un tè di merda e vedere anche un momento di euforia felina, che arriva nel momento in cui la padrona entra nella stanza con qualcosa in mano, non era cibo ma non si sa mai. Da lei si fanno fare di tutto e rispondono a ogni suo gesto, facile capire perché.


I gatti sono una grande passione per i giapponesi, noi conosciamo solo i Neko Cafè, ma qua gli amici felini sono veramente ovunque, vi faccio qualche esempio.

Queste sono due pubblicità di promozioni telefoniche e una di una catena di negozi di ottica


Siamo stati anche alla foresta di Bambù, ma fotografarla e fare in modo che la sua imponenza renda l'idea è un po' complicato, credo comunque di essere riuscito a fare un buon lavoro.


Siamo davvero alla fine del soggiorno a Kyoto, una città incantevole dove autisti dalla faccia simpatica ti portano in giro con precisione chirurgica e senza ritardare di mezzo secondo, tutti microfonati per ricordarti di tenerti alle maniglie ogni volta che l'autobus riparte.


È davvero l'ora di andare, ci rechiamo alla stazione per prendere lo Shinkansen che ci porterà alla prossima destinazione, e becchiamo il momento della pulizia giornaliera dei corrimano della scala mobile


Il resto del Giappone riuscirà a mantenere le aspettative create da questa città? Lo scopriremo nella prossima puntata.

(QUI per la seconda puntata)


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